17/12/2010
La verità spirituale di Perpetua
Don Abbondio è al capolinea. I suoi tentativi di risolvere con l’astuzia e l’inganno un fastidio più grosso di lui, erano miseramente naufragati. Incapace di prendere il toro per le corna, confuso quanto basta ancor prima che scoppiasse la tempesta, in preda al delirio della paura «cominciò a sentirsi qualche brivido nelle ossa, si guardava le unghie sospirando, e chiamava con voce tremolante e stizzosa “Perpetua”». Se qualche ora prima “si sentiva poco bene” per comodo, ora l’affanno e la ‘balordaggine’ erano le avvisaglie di uno stato febbrile vero e proprio. «Perpetua!, Perpetua!». Quando la fantesca si presentò sull’uscio di casa «con un gran cavolo sotto il braccio, e con la faccia tosta come se nulla fosse stato...» ebbe inizio una vivace schermaglia a suon di «voi solo potete aver parlato» da un lato e di «io non ho parlato» dall’altro. Le nebbie del malessere non hanno offuscato in Abbondio il vezzo di scaricar su altri le proprie sbadataggini; l’aver confezionato a Renzo un abito cucito con ‘l’aria’ era già una tacita ammissione, un parlar senza ‘dire’ ancora più eloquente di una vera e autentica confessione. La buona Perpetua sarà sì una figura ‘di mezzo calibro’, talune volte rozza e petulante, ma non possiamo dire che abbia tradito esplicitamente la fiducia del padrone. Anzi, in quel aver celato e rivelato nel medesimo tempo “mezze verità” sta la sua levatura spirituale, la sua fedeltà, il sentirsi, senza titolo, corresponsabile della missione del padrone. Non dimentichiamo mai che nell’abbocamento di Renzo questa donna dalla “retorica plebea” difende a spada tratta il suo curato: «In difesa del mio padrone, posso parlare; perché mi fa male sentir che gli si dia carico di voler far dispiacere a qualcuno. Pover’uomo! Se pecca è per troppa bontà». Ma queste sottigliezze rimangono nascoste e una mente «che non sapeva più in che mondo si fosse» non poteva scorgerle. Così Abbondio ordinò perentoriamente a Perpetua «di metter la stanga all’uscio di non aprir più per nessuna cagione e, se alcun bussasse, risponder dalla finestra che il curato era andato a letto con la febbre. Salì poi lentamente le scale, dicendo, ogni tre scalini “Son servito”; e si mise davvero a letto...». Mi immagino Abbondio con la cuffia in testa, la camicia da notte e le babbucce di lana ai piedi sotto le coltri a ripeter come una scialba litania “Son servito, son servito”. Mentre gli uomini combattono i miseri cadono nel tedio dell’autocommiserazione. Alla virtuosa Perpetua non resta che preparare una fumante zuppa di cavolo che possa sollevar l’animo del paranoico curato.
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16/12/2010
Il cappone più esperto...
Certi nomi son pesanti da digerire, come rospi rimangono di traverso e non si riescono a trangugiare ne a rigettare. «A quel nuovo scongiuro, don Abbondio, col volto, e con lo sguardo di chi ha in bocca le tenaglie del cavadenti proferì “don..”. … “Don?” Ripetè Renzo, come per aiutare il paziente a buttar fuori il resto; […] “don Rodrigo!” pronunciò in fretta il forzato […]». «“Ah cane!”, urlò Renzo. “E come ha fatto? Cosa le ha detto per …?”». Il tono di Renzo, che sembrava essere diventato più dolce, diede coraggio a don Abbondio che ne approffittò per rinfacciare al misero i torti subiti, cercando con maestria di farlo sentire in colpa: «Avete fatta una bella azione! M’avete reso un bel servizio! Un tiro di questa sorte ad un galant’uomo, al vostro Curato! In casa sua! In luogo sacro! Avete fatto una bella prodezza per cavarmi di bocca il mio malanno, il vostro malanno!» Per l’ennesima volta emerge il basso profilo morale del curato, un codice di comportamento gretto da un lato e perbenista dall’altro. Abbiamo già sottolineato più di una volta che anche Abbondio, a modo suo, è un ‘povero diavolo’, un uomo debole con i forti e forte con i deboli. Nella canonica si stanno ‘beccando’ due che son ‘sul medesimo carro’ e che invece di aiutarsi per risolvere il ‘comune malanno’ fan di tutto per farsi del male. Il Manzoni descriverà questo concetto con maestria parlando dei capponi che Renzo. Con il capo a penzoloni, scossi da Renzo che «ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, …» le povere bestie non fan altro che «ingegnarsi a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra i compagni di sventura». Per Renzo e don Abbondio, seppur in modi diversi, la disgrazia è comune e, come i capponi, son legati dalla medesima corda. Invece di cercare di risolvere insieme il problema il primo se ne andrà sbattendo la porta e farfugliando quel «Posso aver fallato», mentre il secondo rimarrà chiuso testardamente nelle sue presunte ragioni. Ma anche tra i capponi vi dovrebbe esser chi ha più esperienza, più forza, quell’energia capace di romper i legacci; tra Renzo e Abbondio la figura del meschino la fa ancora una volta il curato che con il suo ‘latinorum’ avrebbe potuto trovare qualche appiglio ‘per dipanar la matassa’ invece di evocare gli spettri di un presunto sacrilegio consumato tra le mura della canonica. Così il cappone più esperto è il primo ad offrire il collo alle abili mani della massaia per essere cucinato a fuoco lento nel forno della propria paura. Quello più debole invece reagirà, cercherà, seppur sbagliando, di ribellarsi ai soprusi dei prepotenti che hanno sempre tra le mani le zampe di quattro poveri capponi destinati al loro capriccioso desco.
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01/12/2010
Lo sdegno dei poveri
Renzo, senza troppi sfronzoli, entrò, come un vero e autentico uragano, nella canonica e si diresse verso il salotto dove aveva lasciato poco prima don Abbondio; con gli occhi straniti ed un fare minaccioso sibilò con le labbra ormai diventate paonazze: «Chi è quel prepotente? ... chi è quel prepotente che non vuole ch’io sposi Lucia?». Il curato, diventando bianco come un cencio, tentò, con un balzo felino, di dirigersi verso la porta ma Renzo riuscì, con un guizzo, a precederlo «girò la chiave e se la mise in tasca». Il fare risoluto e deciso del nostro tessitore deve aver impietrito don Abbondio che a stento balbettò «Renzo! Renzo! per carità, badate a quel che fate; pensate all’anima vostra». Ma ormai il tempo delle parole, “dei latinorum” e delle bugie era finito per sempre e anche i vari richiami “a un fumoso Aldilà” erano destinati a cadere nel vuoto. Renzo era l’immagine dell’esasperazione. Cesare Ripa tratteggia il furore e lo sdegno con grande maestria e con delle metafore che ben si addicono al nostro ‘promesso sposo’. L’esasperazione è un uomo armato di fuoco e vestito di rosso; in mano porta alcuribollimento del sangue; le catene rotte dimostrano che l’esasperazione suscita ‘la forza e il vigore’ per superare tutte le difficoltà. Il ‘semplice’ Renzo non ha più alcun rispetto per la veste e l’autorità che il curato rappresentava e con quell’atto inconscio di mettere «la mano sul manico del coltello che gli usciva dal taschino» lasciava intendere che era disposto a tutto. «Voglio sapere ciò che ho ragion di sapere»: una logica ferrea che quando viene disattesa può provocare degli atti inconsulti, rompere le catene della moderazione, spingere il povero sulle barricate di una ribellione “che i circuiti dell’eloquenza” non possono assopire.
Mai disattendere le ragioni del povero e del semplice: potrebbe vestirsi di rosso e rompere i legacci di quella mitezza che spesso accompagna la povertà.
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