30/11/2010
Mala cosa nascer poveri
Mentre Renzo si dirige velocemente verso la canonica, Perpetua si lascia alle spalle l’uscio dell’orto per immergersi in quei piccoli lavori quotidiani che caratterizzavano la vita semplice e nascosta delle donne di montagna. Rimaniamo in sua compagnia mentre ripulisce con dovizia i cavoli destinati al desco del suo “tranquillo” padrone. Non possiamo liquidare la domestica di Abbondio con lo stereotipo della comune chiacchierona, delle tante donne dedite al “menar lingua” a destra e a manca per il semplice vezzo di impicciarsi dei “fatti altrui”. Questa interpretazione sarebbe ingiusta e fuorviante rispetto ad una personalità più complessa, più ricca, meno grottesca di quella che una lettura superficiale lascerebbe intendere. Nel dialogo con Renzo Perpetua è astuta, intelligente, sensibile. Il suo parlare è misurato e si dipana sullo stretto filo delle allusioni: dice e non dice, svela e nasconde al contempo. Lascia intendere a Renzo che sotto la falsa verità descrittagli c’è qualcos’altro di più importante, di più grave, forse qualcosa d’irreparabile, ma non tradisce apertamente il segreto confidatogli sotto giuramento dal padrone. Perpetua guida Renzo verso la ruvida verità aprendogli una sorta di viottolo, ma il sentiero dovrà essere percorso, a ‘colpi di mannaia’, solo ed esclusivamente dal povero tessitore. Perché Perpetua usa con tanta dovizia la sua favella ora chiara come un’alba in un giorno d’estate, adesso fumosa come le brume in un tedioso giorno autunnale? Per pietà, solo ed esclusivamente per pietà verso un amore destinato a infrangersi contro la dura pietra dell’umana cattiveria. Perpetua è una donna, conosce i sentimenti e i moti del cuore, compiange Renzo e Lucia perché quel giorno che avrebbe dovuto essere “il giorno più bello” in pochi istanti si tramuta in un buio tramonto, in una sorta di incubo dove il definitivo ‘sì’ diventa “per oggi non se ne fa nulla”. Nella mente di Perpetua si fanno strada i suoi amori incompiuti, quell’esser nubile, come sostenevano tante sue amiche, «per non aver mai trovato un cane che la volesse». Ciò che mi colpisce in Perpetua è la capacità di comprendere e di capire le difficoltà ‘dell’umana esistenza’, di provare pietà per «il mio povero Renzo», di leggere con spietato realismo la «mala cosa di nascer povero» in un mondo dominato dai birboni, dai prepotenti, da uomini senza timor di Dio.
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25/11/2010
Una Botte che frizza da tutti i pori
Renzo si lascia alle spalle la porta della canonica con la chiara sensazione che tanti impedimenti velino in realtà qualcosa di più losco, “un mistero diverso da quello che don Abbondio aveva voluto far credere”. La brama di tornare indietro, di ritornare sui suoi passi per mettere alle strette il curato viene assopita dalla figura di Perpetua che proprio in quel momento stava entrando in un orticello poco distante dalla casa del parroco. La chiamò, mentre essa apriva l’uscio, col chiaro intento “di scovar qualche cosa di più positivo” e si fermò sull’uscio ad “attaccar bottone” con essa. «Buon giorno, Perpetua: io pensavo che oggi si sarebbe stati allegri insieme»; laconica la risposta: «Ma! Quel che Dio vuole, il mio povero Renzo». Quel “povero” deve aver avuto lo stesso effetto di un drappo rosso davanti ad un giovane toro ferito e contuso: «Fatemi un piacere: quel benedett’uomo del signor curato m’ha impastocchiate certe ragioni che non ho potuto ben capire: spiegatemi voi meglio perché non può o non vuole maritarci oggi». «Oh vi par ch’io sappia i segreti del mio padrone?» “Perpetua, Perpetua”, direbbe il grillo parlante di Collodi, “stai attenta a quello che dici, ricordati i giuramenti fatti …”. Ma la serva di don Abbondio, con quei pugni “conficcati” nei fianchi, è una di quelle che si trova “nel proprio brodo” in quanto a ciance; una comare e una piazzaruola di primo pelo incapace di “metter freno alla lingua”, «una botte che non è stata ermeticamente chiusa e che frizza da tutti i pori il suo vino nuovo sicché assaggiandolo si può a un di presso dire che vino sia». Così tra un «so niente» e un «non posso parlare» finisce per “dar da intendere” che sa più del dovuto e si lascia scappare qualche goccia di “quel vino nuovo” che ribolle in lei: «Mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo. […] C’è bene a questo mondo de’ birboni, de’ prepotenti, degli uomini senza timor di Dio ….» Tombola: la frittata è fatta, rivoltata e servita nel giro di pochi attimi. Le ombre che vagavano nella mente di Renzo diventano concrete, le supposizioni certezze, i timori scorza amara che dovrà masticare per lungo, troppo tempo. «Via» disse poi, nascondendo a stento l’agitazione crescente, «via, dite chi è». «Ah! Voi vorreste farmi parlare; e io non posso parlare, perché, perché …. Non so niente: quando non so niente e come se avessi giurato di tacere». Troppo tardi: “il dado e tratto” e qualsiasi tentativo di porre rimedio alle allusioni trapelate hanno lo stesso effetto di un bicchiere d’acqua su una catasta di legna secca divorata dalle fiamme. Perpetua entra nell’orto chiudendo la porta, Renzo “gira i tacchi” e si precipita verso la canonica. Una nuova tegola sta per cadere sulla testa dell’inconsapevole don Abbondio e la breve tregua è durata neppure il tempo necessario per sorseggiare un goccio di vino.
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24/11/2010
Il minimo della pena
Don Abbondio, inchiodato sul banco degli imputati, ha dovuto sorbirsi le rampogne del pubblico ministero; ma tutti, perbacco, hanno diritto ad una difesa, ad un avvocato d’ufficio, che, pur arrampicandosi sui vetri, cerchi di ottenere il minimo della pena se mancano i presupposti per l’assoluzione con formula piena. Voce, quindi, alla pubblica difesa, sentiamo un’altra campana, vediamo il tutto da un’altra prospettiva. Don Abbondio sarà certamente un pavido, un tremebondo, un coniglio: ma ci sono paure e paure. Si diventa grotteschi e ridicoli quando un timore diventa, attraverso una lucubrazione, montagna insuperabile, il piccolo inciampo un valico insormontabile; ma quando un timoroso ha veramente ragione “di aver paura” non è più bizzarro ma realista. Che don Rodrigo non scherzasse, che fosse disposto a tutto per mantener fede a quel suo balordo impegno, che non avesse considerazione di nessuno, pur di soddisfare “quel suo capriccio”, è provato dal prosieguo della storia. Che cosa ne avrebbe ricavato il nostro curato sposando i due giovani? Probabilmente solo ed esclusivamente un’inutile schioppettata alle spalle; chi avrebbe proibito a don Rodrigo di far rapire la giovane sposa dopo aver eliminato il povero Renzo? Non è stata effettivamente rapita Lucia nonostante si trovasse al sicuro tra le mura del monastero di Monza? Cosa ha ottenuto il coraggioso padre Cristoforo salendo al lugubre palazzotto di don Rodrigo per ricordargli, con la mano minacciosa, che nessuno sfugge alla giustizia di Dio? Sissignori, per una faccenda così ingarbugliata non basta il coraggio degli uomini ma è necessario il diretto intervento della Provvidenza divina, la potente mano di Dio. Non possiamo assolvere don Abbondio: al suo posto avremmo voluto vedere un martire, un prete disposto a perdere la vita pur di rimanere fedele ai propri doveri. Ma noi sappiamo benissimo che Abbondio “aveva ubbidito ai parenti che lo vollero prete” senza pensare agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava; da una “chiamata” così terrena come possiamo pretendere l’eroica vocazione al martirio? Siamo onesti: quando la graticola della libagione la vediamo nelle mani degli altri possiamo anche far voto di fedeltà; ma quando i ferri arroventati ci stanno dinanzi, ed abbiamo la certezza che sono stati preparati per noi, la tentazione “di calar le braghe” diventa concreta. Per don Abbondio chiediamo il minimo della pena: un poco di commiserazione, di comprensione; quella pietà cristiana e umana che tante volte reclamiamo per le nostre malefatte ma che siamo spesso restii a concedere agli altri.
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