25/11/2010

Una Botte che frizza da tutti i pori

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 Renzo si lascia alle spalle la porta della canonica con la chiara sensazione che tanti impedimenti velino in realtà qualcosa di più losco, “un mistero diverso da quello che don Abbondio aveva voluto far credere”. La brama di tornare indietro, di ritornare sui suoi passi per mettere alle strette il curato viene assopita dalla figura di Perpetua che proprio in quel momento stava entrando in un orticello poco distante dalla casa del parroco. La chiamò, mentre essa apriva l’uscio, col chiaro intento “di scovar qualche cosa di più positivo” e si fermò sull’uscio ad “attaccar bottone” con essa. «Buon giorno, Perpetua: io pensavo che oggi si sarebbe stati allegri insieme»; laconica la risposta: «Ma! Quel che Dio vuole, il mio povero Renzo». Quel “povero” deve aver avuto lo stesso effetto di un drappo rosso davanti ad un giovane toro ferito e contuso: «Fatemi un piacere: quel benedett’uomo del signor curato m’ha impastocchiate certe ragioni che non ho potuto ben capire: spiegatemi voi meglio perché non può o non vuole maritarci oggi». «Oh vi par ch’io sappia i segreti del mio padrone?» “Perpetua, Perpetua”, direbbe il grillo parlante di Collodi, “stai attenta a quello che dici, ricordati i giuramenti fatti …”. Ma la serva di don Abbondio, con  quei pugni “conficcati” nei fianchi, è una di quelle che si trova “nel proprio brodo” in quanto a ciance; una comare e una piazzaruola di primo pelo incapace di “metter freno alla lingua”, «una botte che non è stata ermeticamente chiusa e che frizza da tutti i pori il suo vino nuovo sicché assaggiandolo si può a un di presso dire che vino sia». Così tra un «so niente» e un «non posso parlare» finisce per “dar da intendere” che sa più del dovuto e si lascia scappare qualche goccia di “quel vino nuovo” che ribolle  in lei: «Mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo. […] C’è bene a questo mondo de’ birboni, de’ prepotenti, degli uomini senza timor di Dio  ….» Tombola: la frittata è fatta, rivoltata e servita nel giro di pochi attimi. Le ombre che vagavano nella mente di Renzo diventano concrete, le supposizioni certezze, i timori scorza amara che dovrà masticare per lungo, troppo tempo. «Via» disse poi, nascondendo a stento l’agitazione crescente, «via, dite chi è».  «Ah! Voi vorreste farmi parlare; e io non posso parlare, perché, perché …. Non so niente: quando non so niente e come se avessi giurato di tacere». Troppo tardi: “il dado e tratto” e qualsiasi tentativo di porre rimedio alle allusioni trapelate hanno lo stesso effetto di un bicchiere d’acqua su una catasta di legna secca divorata dalle fiamme. Perpetua entra nell’orto chiudendo la porta, Renzo “gira i tacchi” e si precipita verso la canonica. Una nuova tegola sta per cadere sulla testa dell’inconsapevole  don Abbondio e la breve tregua è durata neppure il tempo necessario per sorseggiare un goccio di vino.

 

09:23 Scritto da: falconelungi | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

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